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Euclide vs. Hilbert: Punti, Linee e Superfici

Sommario:

+ Elementi di Euclide: Riga e Compasso
– Euclide vs. Hilbert: Punti, Linee e Superfici
      Hilbert: i Fondamenti della Geometria
      Non solo Postulati: le Nozioni Comuni
      Assiomi di Congruenza
      Incongruenze?
      Il nocciolo della questione
      Euclide: la coerenza logica degli Elementi
      Euclide: la Nozione Comune 8 del Libro I
+ Euclide: il Quinto Postulato
+ Elementi di Euclide: Costruzioni elementari

Definizioni

Nel capitolo precedente abbiamo visto alcune Definizioni e Postulati, presenti nel Libro I degli Elementi di Euclide, che specificano il modo d’uso degli strumenti con cui viene identificata la Geometria Classica: la Riga e il Compasso (anche se in realtà Euclide non nomina mai questi strumenti meccanici, dato che si limita a parlare di Linee e di Cerchi).

Torniamo ancora su alcune di queste Definizioni:

[d. 1] — Un punto è ciò che è privo di parti.

[d. 4] — La retta è quella linea che giace sui suoi punti in modo uniforme.

[d. 7] — Superficie piana è quella che giace ugualmente rispetto alle sue rette.

Abbiamo già sottolineato al capitolo precedente come queste non siano definizioni facilmente comprensibili. Certo, sono state scritte più di duemila anni fa: proviamo allora a vedere come se la cavano i matematici moderni.

Ebbene, anche la Geometria moderna parte da alcune definizioni, o Concetti Primitivi; ma di questi, non viene data nessuna definizione. Infatti se definire significa costruire un nuovo concetto a partire da concetti precedenti già definiti, il continuo tornare all’indietro verso concetti che siano precursori di ciò che vogliamo definire dovrà prima o poi arrestarsi da qualche parte, ovvero su qualcosa che non potrà più essere a sua volta definito.

I matematici moderni quindi non definiscono gli enti geometrici primitivi su cui vanno a lavorare, ma definiscono il loro funzionamento attraverso alcuni postulati, o assiomi, che li collegano fra loro. A proposito, prima di andare avanti, sarà forse meglio richiamare il significato delle seguenti parole:

Definizione — spiegazione delle qualità essenziali di qualcosa.

Postulato — enunciato che, pur non essendo dimostrabile, è considerato vero.

Nozione Comune — verità considerata evidente per se stessa, ovvero che non ha bisogno di dimostrazione.

Assioma — termine usato per definire sia i Postulati che le Nozioni Comuni. Come vedremo, la distinzione di Euclide fra Postulati e Nozioni Comuni è stata abbandonata dai matematici moderni, che parlano semplicemente di Assiomi.

Proposizione o Teorema — Risultato matematico dimostrabile sulla base di altre proposizioni precedentemente già dimostrate o assunte come vere.

Nota: In matematica, quando si ha la trattazione di un argomento che si basa su un insieme di Assiomi, al quale fanno seguito tutti i teoremi che ne derivano, si parla di Teoria Assiomatica.     

Hilbert: i Fondamenti della Geometria

David Hilbert

David Hilbert (1862 - 1943), nei suoi fondamentali "Fondamenti di Geometria" del 1899 (scusate il bisticcio!), inizia infatti così:
Consideriamo tre generi di oggetti. Gli oggetti del primo genere saranno chiamati Punti, [...] quelli del secondo Linee Rette, [...] quelli del terzo Superfici Piane [...]

Dobbiamo pensare a questi Punti, Linee Rette e Superfici Piane come a oggetti che hanno certe relazioni reciproche, che indichiamo con parole come "Situato", "Compreso", "Fra", "Parallelo" [...] La completa ed esatta descrizione di queste relazioni derivano dagli Assiomi della Geometria [...] che hanno il compito di definire esattamente ciò che altrimenti sarebbero solo delle cognizioni intuitive.
    

Non solo Postulati: le Nozioni Comuni

Negli Elementi di Euclide, oltre all’elenco dei Postulati, compare una serie di Nozioni Comuni, come per esempio:

[n.c. 1] — Cose che sono uguali ad una stessa cosa sono uguali anche fra loro

[n.c. 8] — Il tutto è maggiore della parte.

A un’occhiata distratta potrebbero essere prese come cose un po’ scontate, ma non lo sono affatto: vedremo ad esempio che la Nozione Comune 1 compare anche fra gli Assiomi di Hilbert (per quanto riguarda invece la numero 8, vedere qualche considerazione in fondo a questa pagina).

In effetti la critica moderna tende a considerare i Postulati e le Nozioni Comuni di Euclide come fossero un unico elenco (di Assiomi, come accennato all'inizio), senza soffermarsi troppo sulle ragioni per cui sono state suddivise in due elenchi diversi. Piuttosto, i problemi su cui i matematici si soffermano (da sempre), e che sono molto più importanti, sono le seguenti:

— Sono tali Assiomi sempre coerenti, o capita che si contraddicono fra loro?

— Sono completi, ovvero non è che magari ne manca qualcuno?

— Sono indipendenti fra loro, ovvero non sarà che qualcuno di essi possa essere ricavato a partire dagli altri?

Nei suoi "Fondamenti di Geometria" Hilbert elenca ventuno Assiomi (quindi in numero maggiore rispetto ai cinque Postulati e alle otto Nozioni Comuni di Euclide). Sono divisi in vari gruppi: Assiomi di Collegamento (relazioni dei punti rispetto alle linee, dei punti e delle linee rispetto ai piani, ecc.); di Ordinamento (relazioni fra i punti di una stessa retta o di uno stesso piano); di Congruenza (criteri di uguaglianza fra segmenti, angoli, ecc.); di Continuità (che per ora non prenderemo in considerazione), e infine l’Assioma delle parallele che, pur se espresso in modo diverso dal famoso Postulato Euclideo delle parallele, definisce lo stesso concetto.

Gli Assiomi di Hilbert sono stati dimostrati essere coerenti, completi e indipendenti: ormai non ci si devono più aspettare sorprese di rilievo nel pensiero geometrico. Interessante è piuttosto confrontare gli Assiomi di Hilbert con quelli di Euclide (ricordo che ci sono più di duemila anni di differenza).

Per esempio, il primo Assioma di Hilbert e il primo Postulato di Euclide sembrano coincidere:

[Euclide, Postulato 1] — Tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una ed una sola linea retta.

[Hilbert, Assioma I, 1] — Due punti distinti definiscono completamente una linea retta.

In realtà non sono uguali: per Euclide i due punti sono gli estremi di un segmento, mentre per Hilbert ciò che viene definito è una retta illimitata (o infinita). Infatti le cose proseguono così:

[Euclide, Postulato 2] — Si può prolungare un segmento oltre i due punti indefinitamente.

[Hilbert, Assioma I, 2] — Ogni coppia di punti di una retta individua tale retta.

Già da queste poche righe si intuisce che si tratti di questioni molto sottili, quasi filosofiche. Non voglio ora scrivere qui tutto ciò che ci sarebbe da dire in proposito; mi sembra però molto utile soffermarsi su un gruppo specifico di Assiomi:     

Assiomi di Congruenza

Ovvero: sui criteri di uguaglianza. Iniziamo da Euclide, che dice:

[n.c. 7] — Cose che coincidono fra loro sono fra loro uguali

Hilbert lo sostituisce con due Assiomi:

[IV, 1] — Ogni segmento è congruente a se stesso

[IV, 4] — Ogni angolo è congruente a se stesso

Sembra che Hilbert si complichi la vita, impiegando due Assiomi per dire la stessa cosa che dice Euclide in uno solo, ma non è così. Infatti Euclide si riferisce genericamente a "cose" che potrebbero essere, oltre che segmenti e angoli, anche poligoni, poliedri, o qualsiasi altro oggetto geometrico. Lo scopo di Hilbert invece è quello di ridurre gli Assiomi al minimo possibile, ovvero di garantirne l'indipendenza; infatti se un Assioma, o una parte di esso, risultasse essere dimostrabile a partire dagli altri, andrebbe annoverato fra i Teoremi. Hilbert giudica invece sufficiente postulare l'auto-congruenza di segmenti e angoli, essendo effettivamente dimostrabile l'auto-congruenza di tutti gli altri oggetti geometrici. Conclusione: i due Assiomi di Hilbert postulano qualcosa di più ristretto rispetto alla singola Nozione Comune di Euclide.

Analogamente avviene per la proprietà transitiva dell’eguaglianza: alla Nozione Comune di Euclide:

[n.c. 2] — Cose che sono uguali ad una stessa cosa sono uguali anche fra loro.

Hilbert lo sostituisce con:

[IV, 2] — Se due segmenti sono congruenti a un terzo segmento, sono congruenti anche fra loro.

[IV, 5] — Se due angoli sono congruenti a un terzo angolo, sono congruenti anche fra loro.

Andiamo oltre. Nella Nozione Comune:

[n.c. 2] — Se cose uguali sono addizionate a cose uguali, le totalità sono uguali.

bisogna intendere bene a cosa si riferisce Euclide. Infatti, finché si tratti di segmenti o angoli, l’enunciato potrebbe andar bene; ma se si parla di superfici potremmo avere questi risultati:

assioma 2

come si vede dal disegno, unendo coppie di poligoni uguali non si ottengono sempre poligoni uguali! Infatti, dall’uso che fa Euclide di questa sua Nozione Comune si capisce che alla parola uguali non dà il significato di congruenza (ovvero di uguaglianza in tutti gli aspetti) ma di equivalenza, nel senso di uguale area complessiva.

In questo senso Hilbert è ancora più stringato che nei casi precedenti, limitandosi ai soli segmenti:

[IV, 3] — Siano AB e BC segmenti su una retta r privi di punti in comune a parte il punto B, e siano DE e EF segmenti su una retta s privi anch’essi di punti in comuniea parte il punto E. Se AB è congruente a DE, e BC è congruente a EF, allora anche AC sarà congruente a DF.     

hilbert 1

Incongruenze?

Per completare il gruppo degli Assiomi di Congruenza di Hilbert, a quelli elencati nel paragrafo precedente bisogna aggiungerne uno:

[IV, 6] — Se per due triangoli ABC e DEF si ha che AB è congruente a DE, AC è congruente ad DF, come pure sono congruenti gli angoli BAC e EDF, allora tutto il triangolo ABC sarà congruente al triangolo DEF.

Detto in altre parole, si tratta del Primo Criterio di Congruenza dei triangoli (che dovremmo ricordare tutti, avendolo imparato alle scuole medie): quello per cui due triangoli sono congruenti se hanno congruenti due loro lati e l'angolo compreso. Lo stesso enunciato, anche se con parole diverse, compare anche negli Elementi di Euclide come Proposizione 4 del libro I:

Se due triangoli hanno due lati rispettivamente uguali a due lati, ed hanno uguali gli angoli compresi fra i lati uguali, avranno anche la base uguale alla base, il triangolo sarà uguale al triangolo, e gli angoli rimanenti del primo saranno uguali ai rispettivi angoli rimanenti del secondo.

Per questa dimostrazione (e per pochissime altre in tutti i suoi Elementi) Euclide ricorre a un sistema di "trasporto meccanico": vediamo come.

Siano dati i due triangoli ABC e DEF, in cui le coppie di lati AB e DE, e AC e DF, sono fra loro uguali (congruenti), così come uguali sono gli angoli in A e in D.

Euclide, libro 1, prop 4a

Per prima cosa Euclide sposta il triangolo ABC in modo che il vertice A cada esattamente su vertice D:

Euclide, libro 1, prop 4b

Poi, dopo aver prolungando i lati DE e DF, ruota il triangolo ABC finché il lato AC sia perfettamente allineato con DF; essendo i segmenti AC DF di uguale lunghezza, ovviamente i punti C e F vengono a coincidere (in effetti non sarebbe stato necessario allungare il segmento DF; ma dato che non si poteva dare per scontato che i punti C ed F sarebbero coincisi prima di averlo verificato, tale allungamento serviva per poter comunque procedere all’allineamento richiesto).

Euclide, libro 1, prop 4c

Infine, dato che gli angoli in A e in D sono uguali, anche il segmento AB sarà allineato al DE; ed essendo le lunghezze dei segmenti AB e DE uguali fra loro, anche i punti B ed E vengono a coincidere:

Euclide, libro 1, prop 4d

I due triangoli quindi coincidono. E qui entra in ballo la Nozione Comune numero 7 di Euclide, secondo cui cose che coincidono fra loro sono fra loro uguali: si tratta di una sottigliezza notevolissima, degna dei logici matematici moderni! Ricordo infatti che che anche Hilbert enuncia l’auto-congruenza, anche se solo di segmenti e angoli, negli Assiomi IV, 1 e IV, 2.

Il problema che forse non è stato notato finora è che questo criterio di congruenza fra triangoli per Hilbert è un Assioma, mentre per Euclide è una Proposizione, ovvero un teorema compiutamente dimostrato. Come sta la faccenda?     

Il nocciolo della questione

Ricapitoliamo il procedimento di Euclide, il quale prende due triangoli con due coppie di lati congruenti, come congruente è l’angolo compreso;

Congruenza triangoli - 1

li sovrappone, e vede che tutto coincide:

Congruenza triangoli - 2

Disponiamo ora i triangoli in questo modo:

Congruenza triangoli - 3

Essendo congruenti gli angoli in A e i segmenti AB e AD, ed essendo il segmento AC in comune, allora tali triangoli dovrebbero essere congruenti. Proviamo però ad applicarli a una superficie non piana, ma cilindrica (vedi qui sotto a sinistra):

Congruenza triangoli - 4a

Nel disegno di destra i vertici dei triangoli sono congiunti "in linea d’aria", e le linee punteggiate indicano le distanze fra i vertici. Anche se non sembra (per problemi di prospettiva nella foto), le distanze fra i punti AB e AD sono uguali (dato che i relativi segmenti tagliano la superficie del cilindro con la stessa angolazione), mentre i vertici in A sono congruenti e il segmento AC è in comune: allora i due triangoli dovrebbero essere congruenti. Invece non lo sono: infatti la distanza fra B e C è molto più breve di quella fra C e D, essendo il segmento CD parallelo all’asse del cilindro, quindi perfettamente rettilineo, mentre il segmento BC è ortogonale all’asse del cilindro, quindi descrive un arco di cerchio (la cui corda, ovvero la linea punteggiata che unisce in linea d’aria i suoi estremi) non può che essere più breve dell’arco stesso.

Ma se le cose stanno così... vuol dire che né la dimostrazione di Euclide, né l'Assioma di Hilbert sono corretti! Bisogna ricordare però che Hilbert, con i suoi Assiomi non ha mai dichiarato di volersi occupare di triangoli, ma solo di quegli oggetti che ha denominato Punti, Linee Rette e Superfici Piane. Il fatto è che questo Primo Criterio di Congruenza dei triangoli è valido solo in caso di superfici piane; e con questo Assioma Hilbert non si sta occupando specificatamente di triangoli: ci sta piuttosto spiegando come funzionano le sue Superfici piane, ovvero ciò che ha denominato Oggetti del Terzo Genere, all’inizio dei suoi Fondamenti di Geometria.     

Euclide: la coerenza logica degli Elementi

Nel corso dei secoli gli Elementi di Euclide sono stati analizzati in lungo e in largo, trovandovi più di un punto critico. Per esempio, già nella costruzione di un triangolo equilatero su un segmento dato (Proposizione 1, illustrata nel capitolo precedente) Euclide utilizza il punto di intersezione fra i due cerchi costruiti con centro sulle estremità del segmento e raggio pari al segmento stesso; ma non postula (o dimostra) precedentemente che tali cerchi si incontreranno.

Problemi di coerenza sono stati trovati anche a proposito della Congruenza fra triangoli di cui abbiamo parlato sopra, proprio perché non accenna a requisiti di "indeformabilità". Per questi motivi, le prime quattro Proposizioni del libro I degli Elementi sono oggi considerati alla stregua di Postulati, per cui ne vengono ignorate le argomentazioni dimostrative. E infatti anche Hilbert relega questi enunciati fra i suoi Assiomi.

Questi problemi di logica però non inficiano minimamente la validità degli Elementi di Euclide: tutto ciò che viene dimostrato al loro interno è assolutamente rigoroso e valido; l'unico problema risiede nell'esposizione delle Definizioni, Postulati e Nozioni Comuni, che non reggono all'analisi della logica matematica moderna. Ma se al posto di questi concetti di base di Euclide usiamo gli Assiomi di Hilbert, tutto diventa assolutamente corretto e coerente, confermando la validità di un testo fondamentale e bellissimo nella storia del pensiero umano: non per niente è il testo che vanta il più alto numero di edizioni nella storia, secondo solo alla Bibbia!     

Euclide: la Nozione Comune 8 del Libro I

"Il tutto è maggiore della parte": sembra un concetto evidente, ma lo è fintanto che si parli di insiemi finiti. Cinque è maggiore di due, un angolo retto è maggiore dell'angolo interno di un triangolo equilatero.

L'affermazione cessa di essere vera quando si abbia a che fare con insiemi infiniti: per esempio, rimanendo nell'ambito della geometria, è assurdo pensare che un segmento corto "contenga" meno punti di un segmento più lungo. E in aritmetica: è assurdo pensare che i numeri pari siano meno di tutti i numeri naturali.

Per chi fosse interessato agli insiemi infiniti, e ai numeri transfiniti, basta che clicci qui.     

Numeri Transfiniti: l'ipotesi del Continuo

Sommario:

+ I numeri Naturali
+ Ancora Aleph-zero
+ Il contesto storico
+ Oltre Aleph-zero: il Continuo
– L'ipotesi del Continuo
      Numeri transfiniti più grandi
      c & Aleph-uno
      L'ipotesi del Continuo
      Questioni... teologiche!

Riassunto delle puntate precedenti:

— La Cardinalità, o Potenza, dell’insieme dei Numeri Naturali si indica con la sigla Aleph-zero.
— Aleph-zero è il più piccolo Numero Transfinito.
— Esiste un insieme di numeri (i Numeri Reali) che ha Potenza maggiore di Aleph-zero: si tratta del "Continuo", che si indica con la lettera c.

Numeri transfiniti più grandi

Georg Cantor, nel Teorema che porta il suo nome, afferma che dato un insieme di qualsiasi potenza (ovvero contenente un numero qualsiasi di elementi), esiste sempre un insieme di potenza maggiore. Quindi da un punto di vista logico non c’è limite alla potenza o cardinalità degli insiemi infiniti: così come nei Numeri Naturali esiste sempre il successore di qualsiasi numero, anche da qualsiasi insieme infinito si riesce a ricavare un infinito "più grande"; e dato che la potenza degli insiemi infiniti viene identificata con i Numeri Transfiniti (Aleph-zero, Aleph-uno, Aleph-due e così via), è logico dedurre che i Numeri Transfiniti... sono infiniti anch’essi!

Vediamo da vicino questo Teorema di Cantor. Dato un insieme A, la dimostrazione viene fatta prendendone in esame le "parti", ovvero i possibili sottoinsiemi di A: questi ultimi saranno sempre in numero superiore rispetto agli elementi di A.

Iniziamo con un esempio semplice: diciamo che l’insieme A contenga due bocce, una rossa e una blu. Se ci venisse detto di prendere da questo insieme "le bocce che vogliamo", potremmo sceglierne una sola (la rossa o la blu), entrambe (la rossa E la blu), oppure potremmo decidere di non prenderne nessuna. Totale: quattro possibili "parti", o sottoinsiemi, a partire dall’insieme A di due elementi.

Allo stesso modo, se le bocce fossero tre, rossa blu e verde, potremmo sceglierne una soltanto (rossa o blu o verde), due (escludendo la rossa, la blu o la verde), prenderle tutte e tre oppure non prenderne nessuna. Totale: otto sottoinsiemi a partire da un insieme contenente tre elementi.

Le parti, o sottoinsiemi, di un insieme contenente n elementi, sono quindi sempre in numero di 2ⁿ. Infatti 2² = 4, 2³ = 8 (casi già visti); ma anche 2¹ = 2 (se l’insieme ha un solo elemento, possiamo prenderlo o non prenderlo). Infine 2º = 1: se l’insieme è vuoto, possiamo solo scegliere di prenderne una "parte" costituita da un altro insieme vuoto; comunque è una possibilità reale: insomma, da un insieme che ha 0 elementi si può sempre ricavare 1 sottoinsieme (vuoto).

Sottoinsiemi

In questa immagine sono rappresentati tutti gli insiemi di cui abbiamo parlato, di 0, 1, 2 e 3 elementi, i cui contenuti sono indicati fra le parentesi graffe in nero; il numero in nero alla loro sinistra indica la potenza, o cardinalità, dei rispettivi insiemi.
I numeri in grigio a destra della riga verticale indicano il numero delle Parti, o dei possibili sottoinsiemi, degli insiemi suddetti: ciascun sottoinsieme è racchiuso fra parentesi graffe di colore nero, mentre le parentesi graffe di colore grigio indicano che ogni espressione a destra della riga nera verticale rappresenta un insieme di insiemi.


Ricapitoliamo quanto detto finora: nessun insieme finito può essere messo in corrispondenza biunivoca con l’insieme delle sue parti (sottoinsiemi), poiché le parti sono sempre in numero maggiore degli elementi dell’insieme.

Resta ora da capire se questo sia vero anche per gli insiemi infiniti. Sembrerebbe ovvio dire di sì; ma abbiamo già visto come, quando si ragiona di infinito, non si può dare niente per scontato: infatti i soli numeri pari, o i fattoriali e qualsiasi altra serie infinita di numeri apparentemente meno numerosi; e i numeri razionali, i numeri algebrici e altre serie via via "più numerose", hanno tutte la potenza dei Numeri Naturali, ovvero danno tutti luogo a insiemi equipotenti di cardinalità Aleph-zero. Non potrebbe allora essere che abbia la stessa cardinalità anche l’insieme delle parti (sottoinsiemi) dei Numeri Naturali? Ovvero, non sarà che le parti di un insieme di potenza Aleph-zero possano essere tranquillamente contate?

La dimostrazione di Cantor è assolutamente simbolica (direi "astratta"): per far capire come funziona ne illustro solo un esempio "pratico", più facilmente comprensibile.

Ammettiamo di creare l’insieme B di tutti i possibili sottoinsiemi dei Numeri Naturali A, e di averli messi in corrispondenza biunivoca con i Numeri Naturali stessi. La cosa potrebbe essere così:

A — B
-----------------------------------
1 — { 1, 2 }
2 — { 3, 5, 6 }
3 — { 7 }
4 — { 1, 2, 4, 8, 9 }
5 — { 2, 6, 7 }
6 — { 5, 6, 7, 8 }
....................................

A sinistra l’insieme dei Numeri Naturali (identificato in alto dalla lettera A); a destra l’insieme (identificato dalla lettera B) di tutti i possibili sottoinsiemi di A (le parentesi graffe come al solito indicano un insieme); i trattini indicano la corrispondenza biunivoca fra i membri degli insiemi A e B.

Possiamo ora creare un particolare sottoinsieme dei Numeri Naturali: questo dovrà contenere solo quei numeri che non sono presenti nel loro sottoinsieme corrispondente. Quindi (vedi la tabella sopra): il numero 1 è presente nell’insieme { 1, 2 } e non ne farà parte, mentre il 2 non è presente in { 3, 5, 6 }; allora i primi numeri di questo nuovo insieme saranno { 2, 3, 5 ... }.

Questo nuovo insieme, identifichiamolo con la lettera Z, contenendo solo Numeri Naturali, è un sottoinsieme dei Numeri Naturali stessi, quindi fa senz’altro parte di B (che è l’insieme di tutti i possibili sottoinsiemi dei Numeri Naturali), quindi deve comparire da qualche parte nell’elenco di destra della tabella mostrata sopra; di conseguenza, sarà anche associato a un qualche Numero Naturale, tra quelli presenti nell’elenco di sinistra: diciamo che tale numero sia Y.

Ora ci dobbiamo porre la seguente domanda: il numero Y fa o non fa parte dell’insieme Z, ovvero del suo insieme corrispondente?

— Se diciamo che Y è compreso in Z, in realtà non dovrebbe farne parte (per come è costruito Z);

— Se diciamo che Y non è compreso in Z, in realtà dovrebbe farne parte (per come è costruito Z).

Ecco quindi una contraddizione, che ci fa capire che il numero Y non può esistere. Allora esiste almeno un elemento B che non può essere messo in corrispondenza con un elemento di A: l’insieme B quindi ha potenza maggiore dell’insieme A.

Questo nuovo insieme ha cardinalità Aleph-uno; e da questo, applicando lo stesso procedimento, potremo ricavare altri insiemi di cardinalità Aleph-due, Aleph-tre... ecc..     

c & Aleph-uno

Ricapitoliamo:

— Aleph-zero è la cardinalità dell’insieme dei Numeri Naturali
c è la cardinalità del Continuo
— Aleph-uno è la cardinalità dell’insieme delle parti di un insieme di potenza Aleph-zero

Domanda: che rapporto c’è fra c e Aleph-uno? Ebbene, si può dimostrare che rappresentano insiemi assolutamente equipotenti, quindi c = Aleph-uno.

Riprendiamo in esame gli insiemi definiti più sopra: A (dei Numeri Naturali) e B (delle parti, o sottoinsiemi, dei Numeri Naturali stessi). Ogni elemento di B è un insieme costituito da uno, o più (o tutti, o nessuno) elemento di A. Associando a ciascuno dei possibili elementi di un sottoinsieme di B due valori: 0 – assente, 1 – presente, possiamo tradurre gli esempi mostrati sopra nel seguente modo:

{ 1, 2 } — 110000000... (presenti solo primo e secondo elemento)
{ 3, 5, 6 } — 001011000... (presenti terzo, quindi e sesto)
{ 7 } — 000000100... (presente solo il settimo)
{ 1, 2, 4, 8, 9 } — 110100011... (presenti il primo, secondo, quarto, ottavo e nono)
................

Così come gli elementi di B erano tutte le possibili combinazioni (sottoinsiemi) degli elementi di A, così queste serie di cifre 0 e 1 rappresenteranno tute le possibili combinazione di zeri e uni, impacchettati in "stringhe" di lunghezza infinita.

Ora possiamo fare il passo conclusivo: davanti a queste stringhe di zeri e uni mettiamo un "zero-virgola".

0,110000000
0,001011000
0,000000100
0,110100011

Tutti questi possono essere intesi come numeri frazionari espressi nel sistema binario. A differenza dei numeri in notazione decimale, in cui la prima cifra dopo la virgola rappresenta i decimi, la seconda i centesimi, la terza i millesimi e così via, nei numeri binari la prima cifra rappresenta metà, la seconda un quarto, la terza un ottavo e così via. Quindi i numeri qui sopra valgono:

0,110000000 — 1/2 + 1/4 = 0,75
0,001011000 — 1/8 + 1/32 + 1/64 = 0,171875
0,000000100 — 1/128 = 0,0078125
0,110100011 — 1/2 + 1/4 + 1/16 + 1/256 + 1/512 = 0,818359375

Abbiamo convertito quindi tutti i possibili sottoinsiemi dei Numeri Naturali in tutte le possibili stringhe di lunghezza infinita di zeri e uni. Nella loro rappresentazione binaria, queste stringhe di zeri e uni rappresentano ogni possibile Numero Reale compreso fra zero e uno: ecco quindi com’è che la potenza, o cardinalità, dell’insieme delle Parti (sottoinsiemi) dei Numeri Naturali è esattamente la stessa del Continuo, ovvero dell’insieme di tutti i Numeri Reali compresi fra zero e uno.     

L'ipotesi del Continuo

Adesso viene una domanda molto interessante. Siamo sicuri che questi numeri trasnfiniti c = Aleph-uno siano l'immediato successore di Aleph-zero?

Possiamo porre la domanda in un altro modo. Si potrà mai trovare un insieme infinito che abbia una potenza strettamente compresa fra gli insiemi dei Numeri Naturali e dei Numeri Reali? Ovvero, un insieme che non possa essere contato dai Numeri Reali, ma che non possa a sua volta "contare" il Continuo?

Cantor ha passato gli ultimi anni della sua vita a cercare di dimostrare questa che i matematici chiamano "ipotesi del Continuo", cioè che non esista nessun insieme infinito compreso fra quelli dei numeri naturali e dei numeri reali, ma senza riuscirci. E abbiamo già accennato come David Hilbert abbia incluso proprio questo teorema al primo posto fra i suoi "23 problemi" al Congresso di Parigi del 1900.

Il problema si è rivelato davvero difficile da aggredire, tant’è che solo nel 1940 Kurt Gödel (toh, chi si rivede!) ha dimostrato che non è dimostrabile la falsità dell’ipotesi del Continuo. Sembra un passo incoraggiante: se non è possibile che l'ipotesi sia falsa, allora dovrebbe essere vera...

... Invece nel 1963 Paul Cohen ha dimostrato che è impossibile dimostrare che l’ipotesi del Continuo sia vera! Ecco quindi saltar fuori un’antinomia, un enunciato che porta a conclusioni contraddittorie! Solo che, a differenza del paradosso di Russell, che rivelava un’antinomia in una cosa che sembra (almeno a noi comuni mortali) più una pignoleria che un problema reale, adesso l’antinomia salta fuori dallo studio dei numeri, cioè al livello più basilare di tutto ciò che è matematica.

L'unione dei risultati di Gödel e di Cohen diviene un esempio "pratico" di quelle proposizioni indecidibili che Gödel aveva precedentemente dimostrato esistere nel suo Secondo Teorema di Incompletezza. Per il suo risultato, Cohen ricevette nel 1966 la Medaglia Fields, ovvero la massima onorificenza per matematici di età inferiore ai quarant'anni.

A proposito delle dimostrazioni di Gödel e Cohen, ho chiesto lumi a un professore universitario mio amico che insegna proprio questo genere di cose. In sostanza la domanda era se tali dimostrazioni potessero essere comprese anche da uno come me, non del tutto digiuno di matematica, ma pur sempre un dilettante. La risposta è stata le seguente:
Le dimostrazioni di Gödel e Cohen sono difficili anche per me... Le idee le conosco, ma certi dettagli tecnici nemmeno io li afferro completamente. Certo, studiandoli per bene, penso che ce la farei!

L'idea di Gödel si puo' anche descrivere abbastanza facilmente, ma dimostrarla con tutti i crismi non è una passeggiata. L'idea della dimostrazione di Cohen invece si puo' dare solo vagamente e, per apprezzarla appieno, bisognerebbe entrare in dettagli sofisticati; dare poi la dimostrazione completa... non ne parliamo!
Ho deciso di lasciar perdere...


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L'insieme di idee che i personaggi di cui ho parlato in queste pagine è riuscito a mettere insieme è una delle vette massime raggiunte dall'umanità. Non ha importanza se il risultato alla fine sia un apparente "nulla di fatto", con queste antinomie che saltano fuori da tutte le parti. Sono assolutamente d'accordo con Carl Jacobi, che scrisse:
"L'unico scopo della scienza è l'onore dello spirito umano; a questo titolo una questione sui numeri vale quanto una sul sistema del mondo"
La potenza dei procedimenti logici avviata da Cantor con il suo approccio agli insiemi infiniti si è rivelata davvero formidabile, anche se molti matematici suoi contemporanei non l’hanno subito apprezzata. In mezzo a dispute anche aspre su questo argomento, David Hilbert ebbe a dire:
"Nessuno ci scaccerà dal Paradiso che Cantor ci ha procurato!"     


Questioni... teologiche!

Voglio finire questa dissertazione con un paio di aneddoti che riguardano Galileo e Cantor alle prese con l'infinito, questo concetto non solo numerico, ma anche filosofico e, soprattutto, teologico.

Il concetto di infinito inizia ad essere sfruttato in teologia da Nicola Cusano (1401-1464) che confronta in varie occasioni l’infinità di Dio con la finitezza degli uomini, e l’intelletto (finito) con la Verità (infinita). A lungo andare quindi l’infinito ha condensato un sacco di attributi divini... diventando un termine da usare con le molle.

Come abbiamo visto Galileo Galilei si è imbattuto in alcuni ragionamenti logici che riguardano l’infinito; ma la sua mancanza di coraggio nell’arrivare alle loro estreme conseguenze forse è da ascrivere al timore di dare altri argomenti all’inquisizione... con cui aveva già i suoi bei problemi! Non va dimenticato che pochi anni prima, nel 1600, Giordano Bruno era stato condannato al rogo anche per aver detto "È dunque l'universo uno, infinito, immobile...", mentre secondo l’inquisizione (il cardinale Roberto Bellarmino, Dottore della Chiesa, è quello che condannò sia Giordano Bruno che Galileo) l’universo è finito e gira, mentre è la terra a stare immobile.

Anche Cantor si pose qualche problema al momento di divulgare le sue teorie sugli insiemi infiniti, soprattutto per quanto riguarda l’esistenza di infiniti di varia grandezza. Da buon cristiano si chiese se usare il termine infinito non avrebbe disturbato la gerarchia ecclesiastica; era la fine dell'ottocento, non c'era più pericolo di andare al rogo, però volle comunque sapere che cosa avrebbe pensato di questo fatto la gerarchia cattolica. Andò in Vaticano, portò i suoi lavori al Santo Uffizio, che era governato da un cardinale tedesco, a cui disse: "Eminenza io ho qui lavori di matematica che mi dicono che ci sono più infiniti, in realtà tanti infiniti". Il cardinale disse: "Insomma io la matematica non la conosco... mi lasci i suoi lavori, che li faccio studiare ai miei segretari".

I segretari erano dei domenicani, che si presero due anni, perché ovviamente hanno dovuto cominciare a studiare la teoria degli insiemi da zero. Dopo due anni dissero al cardinale: "Secondo noi non c'è problema, non c'è pericolo per la fede". Allora Cantor venne convocato in Vaticano e il cardinale del Santo Uffizio gli disse: "Guardi lei può parlare di questi infiniti, purché non li chiami infiniti, perché effettivamente questo darebbe una brutta idea teologica, cioè farebbe una connessione con la divinità". Allora Cantor scelse il nome "transfiniti"; ma, per ironia della sorte, i matematici preferiscono chiamarli con il nome di... numeri Cardinali!

Il cardinale del Santo Uffizio si era anche fatto l’idea che dopo tutti questi transfiniti, là, alla fine, ci fosse il vero infinito assoluto. Chiese a Cantor cosa ne pensasse: "Per noi matematici quello non c'è. Non esiste un infinito assoluto per i matematici, perché ciò sarebbe contraddittorio". Al che il cardinale rispose: "Va bene: quello lì è nostro!".